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lunedì 26 luglio 2010

Il Grand Prix femminile sbarca su La7


Lucia Crisanti e Marta Bechis sono i volti scelti da La7 e La7d pubblicizzare l'approdo sulle reti di Telecom Italia Media del Grand Prix di pallavolo femminile. Spot molto delicati con la centrale di Busto Arsizio e la palleggiatrice di Novara che parlano delle proprie emozioni accompagnandole con gesti atletici su sfondo molto scuro in cui spicca una rete.

Lucia e Marta fanno parte della Nazionale italiana guidata da Massimo Barbolini impegnate da domani nella Piemonte Cup e poi per tre weekend di agosto (il venerdì, il sabato e la domenica a partire dal 6) per giocarsi l'accesso alla fase finale, in calendario in Giappone da mercoledì 25 a domenica 29 agosto. Quelli di Marta e Lucia non sono certo i volti più noti dell'Italvolley femminile, ma sono giovani e rappresentano il futuro anche se, poi, ai Mondiali giapponesi i volti noti saranno quelli delle 'grandi'.



Ma, per il momento, è solo tempo di Grand Prix e non c'è che gioire della copertura televisiva. L'evento, oltre che in televisione, sarà seguito anche dall'area multimediale del gruppo, con il simulcast degli incontri delle azzurre sul sito Web www.la7.it. La speranza è che i telecronisti siano all'altezza.

lunedì 12 luglio 2010

"Gabbiano d'argento", la strana origine di un nome leggendario nella storia del volley


I ragazzi della nazionale azzurra di pallavolo maschile si erano già messi al collo la medaglia d’argento mondiale quando, nel 1978, venne forgiato l’appellativo ‘Gabbiano d’argento’. Nome che, da quel momento in poi, avrebbe identificato per sempre il primo sestetto vincente della storia del volley italiano: il regista Giulio Berruti doveva completare il documentario (girato in 16 mm con l’offerta del negativo da parte della Kodak) sul primo Campionato Mondiale organizzato in Italia e trovargli un titolo.





Le ultime scene, in omaggio a Carmelo Pittera, il tecnico di quella Nazionale andò a girarle a Catania, tra piazza Europa e il borgo di San Giovanni Li Cuti. «Quel giorno i gabbiani volteggiavano sul mare, così la nazionale diventò il ‘Gabbiano d’Argento’», ricorda proprio Carmelo Pittera, per tutti il Professore. Il suo Mondiale era cominciato qualche mese prima con una telefonata di Gianfranco Briani, l’allora presidente della Federvolley.

«’Vieni a Roma che devo parlarti’ mi disse Briani. Io capii subito che voleva affidarmi la Nazionale e non ci pensai due volte ad accettare», ricorda il Professore che alla guida della Paoletti Catania aveva appena conquistato il primo (e fin qui unico) scudetto siciliano seniores del volley maschile.

Lei, in quel momento, decise di affidarsi al blocco etneo.
«In realtà in Federazione non pensavano che io avrei scelto così tanti dei miei atleti. Nessuno però si lamentò, né prima né dopo della presenza di Greco, Toni, Scilipoti, Nassi, Cirota e Concetti. In quel momento la Paoletti era l’unica società che proponeva due allenamenti giornalieri e si avvaleva della consulenza del prof. Carmelo Bosco. Tutte cose che, allora, io portai in Nazionale».

Quando cominciò a pensare che sareste arrivati in finale?
«All’inizio non mi ponevo il problema. Però dopo la prima partita mi convinsi che avremmo potuto lottare per il titolo».

Però arrivo solo l’argento dopo la sconfitta in finale con l’Unione Sovietica.
«Quella partita fu gestita male da parte di tutti, me compreso. Arrivammo in finale già appagati, l’argento era già inimmaginabile, eravamo già in cielo a volare e non c’era più la fame per arrivare in alto».

Trentadue anni dopo il Mondiale torna in Italia dopo anni di vacche magre che hanno seguito gli anni della ‘Generazione dei fenomeni’ quando gli azzurri hanno vinto tutto, Olimpiadi escluse
«Bisogna sempre chiedersi perché si vince, ancora più di quando si perde. Dopo i Mondiali del ’78, per esempio, con il professor Skiba cominciammo a lavorare alla selezione di una nuova generazione di atleti che, nel tempo, diventarono i ‘fenomeni’ che tutti abbiamo conosciuto».

Perché adesso si vince di meno? Secondo lei c'entrano i tanti stranieri che hanno invaso il campionato italiano?
«La pallavolo moderna si è fatta prendere troppo la mano dalla specializzazione, da sistemi di gioco considerati avanzati. Manca la tecnica di base e gli allenatori prediligono l’allenamento fisico. Tempo fa si preferiva esprimere la potenza attraverso le altissime qualità tecniche».

Che risultato si aspetta dal prossimo Campionato Mondiale?
«Come tifoso il meglio possibile: per la nostra Nazionale e per dare una spinta ai programmi federali che sono di nuovo orientati ai giovani. Già qualcuno è venuto fuori ma c’è ancora bisogno di tempo per creare un altro ciclo».

Questo significa che un eventuale risultato ‘negativo’ non dovrà preoccupare?
«Sicuramente, anche perché nel 2012 ci saranno le Olimpiadi di Londra».

Un titolo mai vinto dall’Italia del volley nemmeno nei tempi d’oro…
«Per vincere ci vogliono tanti anni di lavoro ma anche la giusta dose di fortuna».

Cosa pensa di Anastasi che, in qualche modo, ha raccolto il suo testimone come allenatore nel Mondiale casalingo?
«Ripeto che guarderò il Mondiale da tifoso e non discuto né i suoi pregi, né i suoi difetti. Faccio il tifo per lui e spero che arrivi una medaglia».

martedì 22 giugno 2010

La magia di 'Una notte blu cobalto'


Catania vista dall'alto ha in sé qualcosa di surreale. Si adatta perfettamente alle atmosfere oniriche, inusuali e un po' magiche di 'Una notte blu cobalto', opera prima del regista e sceneggiatore Daniele Gangemi. Un film che farà storcere il naso a qualcuno ma che a me è piaciuto.

Del resto non poteva essere altrimenti. Oltre alle bellissime immagini di Catania, c'era la musica superlativa di Giuliano Sangiorgi (e pure 'Sono guarito' di Francois e le Coccinelle, che giusto per non farmi mancare alcunché sono andata a sentire - senza Coccinelle - dal vivo dopo aver visto il film), uno spunto di pensiero sulla 'felicità' che deve essere trovata dentro di noi perché nessuno può regalarcela dal di fuori e un attore protagonista, Corrado Fortuna, che fino ai suoi 21 anni giocava a pallavolo a Palermo come centrale.

«Quando ho smesso con la pallavolo ho cominciato a lavorare nel cinema - mi ha raccontato Fortuna -. Però lo dico sempre, per me la pallavolo è stata una ‘madre’, una scuola di vita: le amicizie forti dell’adolescenza, l’avere avuto un allenatore che ha formato il mio carattere attraverso una disciplina che mi aiuta anche nel mio lavoro attuale». «Quando guardo una partita mi vengono i lucciconi - ha continuato -. Confesso che il mio sogno ricorrente è di battere in posto due sul palleggiatore… che sarebbe una cosa allucinante. E quando mi sveglio ho sempre una gran voglia di giocare, sono convinto che i fondamentali li ricorderei ancora bene».

Un mix da brivido per una catanese (a volerci trovare un difettuccio forse c'è un eccesso di intonazione palermitana), innamorata della musica dei Negramaro e del suo leader, che diffida strenuamente da chi le dice 'ti renderò felice', e convinta che la palla è meglio toccarla con le mani facendola passare da una parte all'altra della rete piuttosto che coi piedi.

sabato 12 giugno 2010

Intervista a Mario Motta. Dalla panchina azzurra, dove è stato assistente di Montali ed Anastasi, alla promozione in A2 di Segrate


"C’è mancato poco che dovessi entrare io in campo. Con Fabbiani fuori uso, Castellani che l’ha sostituito che non si allenava da quattro settimane, Canzanella con il pollice della mano destra rotto un giorno prima della partita". Mario Motta, allenatore del Volley Segrate 1978, promosso per la prima volta in A2 al termine della serie dei play-off commenta così la vittoria al tie-break contro Bastia Umbra che è valsa il salto di categoria.

Quando ha cominciato a crederci davvero?
Nel corso dell’anno ho avuto sempre la sensazione che potessimo farcela pur avendo sempre davanti una squadra forte come Monza che ha fatto un campionato molto buono. La svolta nei play-off è arrivata nella terza partita di semifinale quando abbiamo vinto in casa contro Correggio.
Ci spieghi...
Ho visto una squadra che tra mille difficoltà è riuscita a ribaltare situazioni brutte e riuscire a vincere lottando punto a punto. Lì è scattata la consapevolezza di essere squadra che ci siamo portati dietro fino a Bastia umbra dove nell’andata della finale abbiamo vinto 3-0 giocando benissimo e anche mercoledì sera a Segrate quando siamo riusciti a rimanere attaccati alla partita e portare a casa il set decisivo.
Dal possibile 3-1 siete dovuti arrivare al tie-break per conquistare l’A2.
Abbiamo dovuto cambiare l’assetto di ricezione per la frattura di Canzanella che non poteva ricevere in palleggio e nemmeno tuffarsi avanti. Abbiamo dovuto ricevere spesso a due diventando estremamente vulnerabili. Loro ne hanno approfittato insieme alle difficoltà di Castellani che veniva da uno strappo addominale e che aveva avuto il via libera solo la mattina della gara.
Qual è stata la sua più grande soddisfazione?
Vedere i miei giocatori giocare da squadra.
Centrare la promozione al primo anno a Segrate, come è riuscito?
Ho chiesto molto alla società e sono stato accontentato. Non solo coi giocatori ma anche con uno staff di grande competenza, spazi palestra, sala pesi. Diciamo che ha iniziato a strutturarsi per qualcosa di più grande di una B1. Fortunatamente siamo riusciti a ripagare tutti: società e pubblico.
Per lei è stato un passaggio da assistente allenatore in Nazionale a capo tecnico in B.
Sono due ruoli, due responsabilità e due apporti differenti. Quella con la Nazionale è stata una parentesi meravigliosa. Ringrazio tutti per quello ma gestire in prima persona una squadra, anche di B, è diverso dal fare l’assistente anche in una Nazionale.
Cosa le hanno lasciato Montali e Anastasi di cui è stato assistente?
Montali una grande capacità di gestione delle risorse e Anastasi grande capacità tecnica.
Avete già parlato del futuro?
Credo che la società abbia fatto degli sforzi per arrivare in A e ne farà per restarci.

(pubblicata su Cronaca Qui Milano dell'11 giugno 2010)

giovedì 10 giugno 2010

Il Volley Segrate 1978 e il sapore (uguale) della vittoria



Non entravo in un palazzetto dello sport per una partita di Serie B da non so quanti anni. L'ultima volta era stato a Catania, al PalaSpedini. Qualche ora fa l'ho rifatto a 1.400 chilometri di distanza, al Palazzetto di via XXV aprile di Segrate, provincia di Milano dove la squadra di casa, il Volley Segrate 1978, dopo la vittoria 3-0 nella gara d'andata, giocava il ritorno della finale dei playoff promozione di B1 maschile contro il Sir Safety Bastia Umbra.

Ho visto un palazzetto gremito da gente che faceva un tifo indiavolato. Ho visto una partita piena di agonismo e l'esplosione di gioia in campo per la promozione in A2 del Volley Segrate 1978: allena Mario Motta che è stato secondo di Giampaolo Montali in Nazionale, ci giocano Daniele Egeste (che da ragazzino, alla prima stagione di A1 ha diviso gli allenamenti con Jeff Stork e Robert Ctvrtlik, Andrea Zorzi, Andrea Lucchetta, Stefano Recine, Franco Bertoli e Claudio Galli) e tutti gli altri che trovate in questo link.

Naturalmente a fronte della gioia di Segrate c'è stata anche la delusione degli umbri alla seconda finale playoff persa in due anni, una stagione fa a festeggiare invece di Segrate c'era Ravenna. Ma il gruppetto di tifosi arrivato al seguito ha applaudito comunque la propria squadra... così come tutti hanno applaudito Sandro Fabbiani, l'opposto segratese uscito per un infortunio alla caviglia sinistra sul 5-2 del secondo set e ben sostituito dal giovane (e promettente) Carlo Castellani. Ho visto quasi tutti i giocatori regalare maglie e pantaloncini e restare in mutande (ormai è di moda) mentre i festeggiamenti continuavano. Ho visto gente gioire per lo sport e assaporare la vittoria, uguale dall'A1 alla Prima Divisione, dal campetto dell'oratorio a quello sulla spiaggia.

mercoledì 2 giugno 2010

Muriamo il commento televisivo dell'Italvolley


Il muro esterno no, non l'avevo proprio considerato. E non riesco proprio a digerirlo. Per me era sempre stato fuori o out. Idem per gli attacchi in lungolinea che, d'un tratto, diventano mani e fuori o le difese che diventano ricezioni. Senza considerare che ogni colpo è meraviglioso, che gli attacchi di Fei sono sempre devastanti, che Anastasi forse, con dubitativo, cambia il palleggiatore in prima linea per alzare il muro.

E' questo il "regalo" di RaiSport alla Nazionale italiana di pallavolo nella stagione che prepara ai Mondiali: affidare le gare azzurre del volley a chi di questo sport non sembra saperne molto. Migliorerà certo. Ma forse sarebbe stato meglio addestrarlo prima. Pensate se la stessa cosa fosse accaduta con la Nazionale di calcio... chissà le proteste se il telecronista avesse chiamato un fallo laterale fallo esterno o un cross dentro l'area un tiro in porta e così via. Oppure si fosse limitato a dire palla a Pirlo che gioca nel Milan così come sentito negli ultimi passaggi dell'Italvolley su RaiSport: Savani che gioca a Perugia, Cernic che gioca a Perugia, Fei che gioca a Treviso, Vermiglio che gioca a Macerata etc, etc.

E menomale che il buon Fefè De Giorgi, da spalla tecnica, ha tolto spesso le castagne dal fuoco... pure presentando il presidente Magri avvicinatosi per l'intervista alla postazione del commento. Dove sono finiti i Francesco Pancani o gli Alessandro Antinelli? Chi commenterà le gare (tante e non solo dell'Italia, si spera) che andranno in tv durante i Mondiali?

Per adesso non ci resta che abbassare l'audio della tv e, quando possibile (venerdì 4 giugno per l'esordio azzurro in World League contro la Francia a Parma non ci saranno collegamenti radiofonici), alzare quello di Radio Rai approfittando del commento di Simonetta Martellini, da una vita voce del volley sulle onde medie in modulazione di frequenza, e dei suoi ospiti (nella foto Volleyball.it, Martellini con lo schiacciatore azzurro Parodi)... in attesa che qualcuno decida di porvi rimedio.

Ps: al PalaRaschi per l'esordio in World League al commento è tornato Alessandro Antinelli

sabato 22 maggio 2010

Dall'Alidea alla Pallavolo Sicilia, alla ricerca del DNA vincente



Al palazzetto di piazza Spedini, accanto a quello che oggi è lo stadio Massimino, ci ho passato talmente tanti sabati, da pomeriggio a sera, a guardare partite di pallavolo da poter chiudere gli occhi e riuscire a immaginarlo com’era. Erano tempi in cui non si parlava ancora di scoutizzare le partite e per chi come me doveva aggiungere qualche cifra al tabellino erano d’obbligo taccuino, penna e passaggio dal segnapunti per segnare nomi e numeri di maglia. Se non delle squadre di casa che conoscevo a menadito, quanto meno di quelle ospiti. Parlo di un tempo che va a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Il programma partiva alle 15 con le donne della B2 per poi passare alla B2 e alla B1 maschile. E siccome erano anni ricchi, invariabilmente si faceva tardi e fra gli amici con cui uscire c’erano, giocoforza, tanti pallavolisti.

Al palazzetto di piazza Spedini giocava, e gioca ancora, anche la Pallavolo Sicilia che fra qualche ora (alle 18 di oggi sabato 22 maggio) affronterà nella gara di ritorno della prima fase dei play-off per la promozione nella B2 femminile di pallavolo, la Nuova Skylo San Pietro. Nonostante l’andata sia stata archiviata con una sconfitta in quattro set, il presidente Francesco Strano, lo stesso di quando io frequentavo il PalaSpedini, «è fiducioso» che la sua squadra possa andare avanti per cercare di conquistare una B1 da sogno.

La Pallavolo Sicilia e il suo presidente sono l’ultimo ‘pezzo’ di baluardo di un passato glorioso della pallavolo etnea, quell’Alidea Catania che nel 1980 guidata in panchina da Liliana Pizzo vinceva lo scudetto. La storia è tortuosa e passa da trasferimenti di squadre e titoli. Ma nella Satice, fondata nel 1976 ad Acireale e trasferita a Catania nel 1985 dove prese il nome di Pallavolo Sicilia, erano state incorporate la seconda squadra e le giovanili della società scudettata (della quale Francesco Strano era vicepresidente) che nel 1982 aveva trasferito il titolo di A1 a Messina.

Per questo, orgogliosamente, oggi Francesco Strano che nel frattempo è diventato anche nonno rivendica «forse con un pizzico di presunzione – si affretta ad aggiungere - un DNA nel quale si annida uno scudetto, una Coppa Italia, e sette scudetti giovanili». Tutto ciò nell’attesa che (tutta) la pallavolo etnea, ancora animata dalla passione infinita di giocatori, allenatori, dirigenti e appassionati, possa risorgere come un’araba fenice dalle ceneri di un passato bellissimo da ricordare ma sempre più lontano.

martedì 11 maggio 2010

Il Mastro, ovvero l'utilità «der mutanda» del volley


Le mutande stampate a mo' di giornale di Gigi Mastrangelo (nella foto griffata Daniela Tarantini da non rubare per alcuna ragione) saranno l'immagine indelebile del V-Day 2010. Non la Coppa alzata da Cuneo dopo 52 anni di attesa tricolore, non l'ultimo punto di Nikolov, non la felicità di Nikola Grbic... ma la 'mutanda' dell'uomo simbolo della pallavolo italiana: il Mastro. Colui che, nel bene e nel male, rappresenta un movimento di facce pulite e bravi ragazzi. Che magari con opportuna comunicazione potrebbero essere un valore aggiunto da contrapporre al machismo imperante... ma, per adesso, sono solo anime candide di cui nessuno parla.

Certo è che non hanno il fascino «der Mutanda» del volley, la stessa propensione a togliersi i vestiti e nemmeno lo stesso consulente d'immagine: Sergio Klaus Mariotti meglio conosciuto come Klaus Davi. In tanti, però, non hanno nemmeno le sue braccia e la sua velocità. Per questo Gigi Mastrangelo, detto il Mastro, è indispensabile per la pallavolo italiana così come Klaus Davi lo è per portarlo nei salotti televisivi quando, inaspettatamente, l’Associazione di sessuologi Donne e Qualità della Vita lo ha posto al primo posto della classifica dei campioni sportivi con cui le donne trascorrerebbero una notte d’amore oppure quando si diffuse la 'voce' (mai confermata da alcuno degli interessati) che Madonna lo avrebbe voluto sul palco nel suo trasgressivo “Sticky & Sweet Tour”... dove, naturalmente, non salì mai.

Quisquilie per chi, come il Mastro, lo si deve riconoscere, ha faticato per tornare in maglia azzurra («La mia seconda pelle») dopo il pasticciaccio della MRoma e un anno di purgatorio a Martina Franca. Gigi si è ripreso con autorità il posto nel gruppo di Anastasi che giocherà i Mondiali in Italia e pure quello scudetto che non aveva mai vinto nella sua carriera.

E va da sé... che la 'mutanda' serve a lui, che appese le scarpette al chiodo volerà in qualche Isola dei Famosi o si ricovererà in una Fattoria televisiva (con buona pace della sua stupenda moglie e dei suoi figli Samuele e Nicole), ma serve a chi vuole che di pallavolo si parli. Almeno ogni tanto, visto che l'impresa è sempre più ardua.

domenica 9 maggio 2010

Il V-Day un successo... da migliorare per i telespettatori


La Bre Banca Lannutti Cuneo ha battuto nella prima finale scudetto a gara unica i campioni del Mondo d'Europa e d'Europa di Trento ed è campione d'Italia di pallavolo maschile. Il V-Day al Futurshow Station di Bologna è stato un successo: 8426 spettatori sulle gradinate. Non c'era un posto libero e lo spettacolo è stato all'altezza. Particolare che non guasta l'exploit del giovane Simone Parodi, schiacciatore già nel giro azzurro.



Purtroppo per chi ha guardato l'evento sul satellitare di RaiSPortPiù non è stata la stessa cosa. Al di là della produzione, realizzata con grande impegno ma che dovrà ancora essere affinata in vista del Mondiale maschile che si giocherà in Italia (24 settembre-10 ottobre) e del quale la Rai produrrà le gare, a lasciare a desiderare era la qualità delle immagini poco nitide. Una pecca che non inficia lo sforzo produttivo della Rai (nove telecamere è stato detto in telecronaca dalla 'nutrita' squadra in campo) ma alla quale si spera (come telespettatori) possa essere posto rimedio.

sabato 8 maggio 2010

Buti, il 'colpo della strega' e i falli da frustazione


«Chissà che cosa avrebbe mai fatto o detto Mourinho se un suo giocatore fosse rimasto in panchina in una delle partite più importanti della stagione per un 'colpo della strega' non dovuto a un infortunio di gioco?». Una domanda che mi è tornata in mente in queste ore leggendo i commenti sull'inseguimento di Totti a Balotelli con relativo calcione, le scuse, i dibattiti ma soprattutto quell'assurdo riconoscimento delle attenuanti generiche perché «sì, ci può stare»... l'agonismo, la frustrazione, la provocazione.

Beh... ci può stare come «uno che ti prende a sprangate il parabrezza solo perché tu hai usato il clacson» mi sono sentita dire dalla stessa persona che si è posto la domanda in attacco. Che poi è Mauro Berruto, l'allenatore della Gabeca Monza di A1 di pallavolo. Lo stesso che avrebbe potuto commettere un cosiddetto 'fallo di frustazione' quando alla vigilia di gara-3 dei quarti di playoff scudetto con Treviso (la serie passò da 1-1 a 2-1 per i trevigiani) ha dovuto rinunciare a Simone Buti, uno dei migliori 'muratori' (non di quelli con la cazzuola ma di quelli che si oppongono agli attacchi avversari, per i non addetti ai lavori) del campionato bloccato da un 'colpo della strega'.

Allora si parlò di generici problemi alla schiena... ma la verità è un'altra. Il 'buon' Simone, ragazzo della campagna toscana attualmente in raduno con la Nazionale di Andrea Anastasi ma pronto a 'scappar' via per un giorno per non perdersi il Palio di Fucecchio, si beccò il 'colpo della strega' per mettersi sulle spalle un piccolo tifoso che voleva farsi fotografare con lui al termine di gara-2.




Anche questo è il bello del volley, sport senza contatto fisico in campo ma che poi non si sottrae all'affetto dei tifosi che possono frequentare gli spalti senza rischi... salvo qualche rara eccezione. Ne sanno qualcosa i colleghi che andarono un anno fa a seguire la finale di Champions League maschile a Praga. Ma quella fu tutta un'altra storia.


Ricevuto su Fb da Simone Buti:
Anche quegli avvenimenti, come le più classiche situazioni del campo, fanno esperienza. La prossima volta, molto probabilmente, sarò io a farmi prendere in braccio dal bambino... :-)

giovedì 6 maggio 2010

C'è un Mondiale anche in Italia... di pallavolo però. Alzi la mano chi lo sa


Quattrocentonovantasei persone (tra i quali tantissimi addetti ai lavori, me compresa) sanno che dal 24 settembre al 10 ottobre 2010 l'Italia diventerà l'ombelico del mondo della pallavolo maschile. Perché? Semplice... perché in Italia, per la seconda volta nella storia, ci saranno i Mondiali di Pallavolo. Il '496' suddetto non è un numero messo lì a caso, è esattamente il numero degli aderenti al gruppo di Facebook che si chiama 'Mondiali 2010, calcio... no pallavolo!!!'. Un numero troppo esiguo vista la popolazione virtuale del social network più frequentato in Italia. E non è che fuori dalla virtualità della rete di questo Mondiale italiano, che parte da Milano e si conclude a Roma passando per Trieste, Verona, Modena, Torino, Firenze, Ancona, Reggio Calabria e Catania, si sappia più di tanto.



Del Mondiale di pallavolo si parla soltanto tra addetti ai lavori e ultra-appassionati di volley. Se ne parlerà dopo i Mondiali di calcio che, notoriamente, fagocitano tutto è il leit-motiv comune. Ci mancherebbe. A nessuno, ma proprio a nessuno, verrebbe in mente di fare un pur minimo paragone. Il calcio è il calcio. Tutto il mondo guarderà al Sudafrica. Ma un Mondiale di pallavolo è, comunque, un evento. Sarebbe bene che qualcuno lo ricordasse anche se da quando la 'Generazione di fenomeni' degli anni '90 è andata in 'pensione' la pallavolo maschile è in calo di popolarità. Certo è che nell'anno di grazia 1978, quando Roma ospitava il primo mondiale di pallavolo in Italia, il volley era quasi un emerito 'signor nessuno' ma le imprese del 'Gabbiano d'argento' (nella foto Carmelo Pittera, allenatore dell'epoca, con Volly, la mascotte di Italia 2010), inaspettatamente sul podio, sono ancora leggenda.

Ps: alle 00.38 del 07.05.2010 gli aderenti al gruppo di Facebook 'Mondiali 2010, calcio... no pallavolo!!!' erano 615

lunedì 3 maggio 2010

Calcio e volley, evitiamo le contaminazioni...


«Mai pensavo che i miei occhi potessero vedere quello che hanno visto stasera. Mai, almeno, lo immaginavo prima di questa partita. (Omissis). L'Inter non c'entra, oggi credo che non abbia perso solo la Lazio ma ha perso lo sport e in particolare il nostro calcio».

Sagge parole quelle con cui Gian Paolo Montali, coordinatore generale della Roma, ha commentato il ko della Lazio contro l'Inter accompagnato dagli applausi dei tifosi biancocelesti ai gol dei nerazzurri.

Sia mai che vedere quanto il calcio, molto più ricco ma sicuramente meno sportivo e meno educativo della pallavolo, riesca a cadere così in basso gli faccia venire voglia di tornare a quel mondo dal quale l'ex ct azzurro della nazionale maschile di volley si è volontariamente esiliato?



Del resto ogni contaminazione tra il calcio e il volley produce cattivi esempi... anche quando è a fini promozionali. Giusto per raccontare l'ultima in ordine di tempo. Prima parte di Sky Calcio Show di domenica 2 maggio. Fabio Caressa si collega con Pesaro dove da lì a poco sarebbe cominciata Pesaro-Jesi, gara-2 della semifinale scudetto. Stefano Locatelli intervista Elke Wijnhoven che, per buona pace, deve rispondere a domande 'pallonare' tipo se lei olandese, nella finale Champions tra Inter e Bayern Monaco, tiferà per Robben o Sneijder. E vabbè. Poi il libero di Pesaro dà dimostrazione delle sue qualità di palleggio ed, infine, più seriamente il Loca (come affettuosamente è soprannominato Locatelli) chiede ad Elke della sua intenzione di fermarsi la prossima stagione per dedicarsi alla maternità. La battuta di Caressa, seguita a un excursus scherzoso del Loca sulla possibilità di aiutare Wijnhoven a trovare una squadra di calcio dove continuare l'attività sportiva post maternità, è stata degna di un 'Bar dello Sport' di terz'ordine: «Pensavo che volessi aiutarla a diventare mamma...».

Ecco meglio evitare le contaminazioni...

domenica 4 aprile 2010

Foppapedretti Bergamo regina d'Europa





Le ragazze della Foppapedretti Bergamo, quelle ben forgiate nel carattere... e non solo, sono salite per il secondo anno consecutivo e per la settima volta nella storia sul trono d'Europa.

In finale Francesca Piccinini e compagne hanno battuto il Fenerbahce Istanbul, che era arrivato a Cannes preceduto da una cartellonistica sulla Croisette dal tono 'Voi meritate questa Coppa', al tie-break dopo aver sprecato un vantaggio di 2-0.

Nel video la premiazione delle campionesse che hanno portato a casa anche quattro premi individuali. Migliore ricezione: Antonella Del Core; migliore palleggiatrice: Leo Lo Bianco; miglior libero: Enrica Merlo. Mvp: Francesca Piccinini.


giovedì 1 aprile 2010

Anzanello: «Vado al Ciapa la bala per avere più tempo per me». E' un pesce d'aprile ma... perché non troviamo tempo per noi?


Il primo pesce d'aprile me lo ha fatto 'Pet society' con la richiesta di passaggio al 3D. Il secondo nel quale sono incappata è stato quello di Sara Anzanello, ex azzurra e centrale della McCarnaghi Villa Cortese. Con una lettera sul suo sito internet, sulla cui home page adesso campeggiano gli auguri di 'Buon 1 aprile' con tanto di pesce colorato, annunciava il suo abbandono del volley d'elite per andare a schiacciare nel campionato Csi con il 'Ciapa la bala' (che esiste ed è di Muggiò). Il tutto da subito, perché raccontava: «Presto inizieranno i play off del campionato CSI e quindi per problemi di tesseramento ho dovuto fare tutto entro il 31 marzo».

Naturalmente si è tratta di un 'pesce d'aprile'. Nomi e date erano una circostanza troppo ghiotta per non esserne praticamente sicuri anche se era giusto tenere quello 0.01% di 'rispettabile' beneficio d'inventario.

La riflessione, però, è un'altra. E passa dalla volontà di fare ciò che ognuno di noi desidera. Sara Anzanello scriveva nella sua lettera: «In ogni caso, questo impegno mi permetterà di stare in palestra un paio di pomeriggi a settimana (massimo tre con l'allenamento facoltativo) e di avere così più tempo da dedicare a me stessa, alla mia famiglia, ai miei hobby e ai miei gatti (Sara come si legge nel suo profilo twitter ha un allevamento amatoriale di gatti delle foreste norvergesi, ndr)!!!».

Al di là del 'pesce d'Aprile' non riuscitissimo perché era poco credibile un abbandono così clamoroso, il tema con la T maiuscola rimane quello di trovare il tempo per dedicarci a noi stessi, ai nostri hobby e a chi amiamo. Ma non è argomento da trattare l'1 aprile. Bando alle ciance e via agli scherzi!

martedì 30 marzo 2010

Da Mourinho a Berruto... solo una questione di gesti



Ci sono gesti e gesti. Uguali nell'apparenza, assolutamente diversi nella sostanza. Prendete per esempio José Mourinho e le 'sue' manette mostrate al signor Tagliavento.
Nessuna spiegazione verbale da parte dell'interessato - che, dopo averci sommerso da parole, parole e parole (manco Mina e Alberto Lupo fecero tanto successo) adesso preferisce uno strano 'silenzio stampa' fatto di frecciatine e rifiuto di addentrarsi in conversazioni a lui invise - ma una cascata di interpretazioni altrui. Comprese quelle del giudice sportivo che, in quel caso, lo ha fermato per tre giornate.



Mettetegli vicino Mauro Berruto, allenatore dell'Acqua Paradiso Monza dell'A1 maschile di pallavolo, e le 'sue' manette mostrate al termine della gara di regular season vinta al PalaIper contro Treviso. Confesso che, di primo acchitto, il sospetto di essere di fronte a un emulo del portoghese era venuto... e non solo a me. Del resto l'assegnazione del penultimo punto della partita, finita al tie-break, era stata invertita suscitando proteste da parte del tecnico brianzolo. E la foto di Daniela Tarantini (che, ancora una volta, me l'ha gentilmente concessa) mostrava l'inequivocabile gesto.
Ma è bastato scambiare due chiacchiere con Berruto, che è anche allenatore della Nazionale di pallavolo finlandese, per illuminarci. «Manette??? Ma che manette!!! Ero solo felice per la chiusura della partita e ho esultato imitando l'arbitro nel gesto di chiusura match», mi ha raccontato. Ed io lì che avevo pensato a chissà quale recondito prurito si fosse impossessato del non troppo compassato tecnico torinese.



E, invece, sono stata castigata nei brutti pensieri. Però, a pensarci bene, è tutta colpa di Mourinho... non ci fosse stato lui ad annebbiare la mia capacità di valutazione, dopo tutte le partite di pallavolo che ho visto (nell'ultima foto, anch'essa firmata Tarantini, Daniele Rapisarda chiude gara-1 dei play-off tra Modena e Macerata) come ho fatto a confondere capre e cavoli? Pardon, gesti e gesti!

giovedì 25 marzo 2010

La Catania del 'Gabbiano d'argento'... riparte dal boom dei tredicenni della Roomy


C’era un volta una città alter ego della via Emilia del volley che correva lungo l’asse Parma-Modena. Era la Catania pallavolistica dei tempi d’oro, quella da dove era partito il Gabbiano d’Argento e che, ancora negli anni ’90, viveva riflettendosi nei successi giovanili della San Cristoforo Catania e nelle tante squadre che, dalla Pallavolo Catania di A1 fino alla B2, passando per la Playa Catania in A2, rinverdivano i fasti dello scudetto della Paoletti del campionato 1977/1978. Oggi Catania, dopo il tentativo naufragato della recente A2, è periferia del volley. Ma c’è ancora qualcuno che ci crede e tenta di ripartire da quel settore giovanile irrinunciabile se si vuole crescere.

Alla final-six della Boy League sono approdate, in mezzo alle corazzate Trento, Macerata, Falconara (allenata da Massimo Concetti che con la Paoletti vinse lo scudetto) e Padova, anche i milanesi della Vero Volley e gli etnei della Roomy Club, società che con i suoi 400 iscritti rappresenta uno dei più numerosi vivai siciliani. Ragazzetti di 13 anni, quelli della Roomy, che non immaginavano di poter arrivare alla fine di quest’avventura. Così come non lo immaginavano la società – per inciso nata nel 1978 sull’onda dell’entusiasmo dello scudetto della Paoletti – e i genitori che, per mancanza di sponsor e qualsiasi altro tipo di contributo, hanno messo mano al portafoglio per finanziare la trasferta per partecipare alla finale di Sestola in programma da oggi a domenica 28 marzo.

Ma i ragazzini della Roomy sanno di quale eredità sono depositari? «Assolutamente no. Già io che ho 30 anni ricordo appena quando a Catania giocavano Conte e Kantor – dice il tecnico Giovanni Barbagallo, figlio di due allenatori di pallavolo -. Comunque a me non piace vivere di ricordi, preferisco il presente, con la prima finale scudetto giovanile nella storia della Roomy, e l'organizzazione del futuro». Però, ammette Barbagallo «forse se io non fossi stato figlio dei miei genitori, testimoni di un passato importante, oggi non sarei qui a vivere di pane e pallavolo».

(pezzo pubblicato anche sul Corriere dello Sport del 25 marzo 2010)

Ps: la Roomy ha perso 3-0 con il Vero Volley Milano e giocherà la finale per il 5-6 posto. Va bene così, l'importante era esserci

sabato 20 marzo 2010

Volley solidale: a Monza per le famiglie Sma


A questo punto lo avrete capito. Sono una patita di pallavolo. E' uno dei tanti 'mondi' che frequento per lavoro. Ed è uno di quelli che preferisco. Beninteso non è che sia tutto rose e fiori, come dappertutto ci sono anche le spine. Ancora, però, tra quelli sportivi di massa (i tesserati del volley sono davvero tanti) è un mondo a misura d'uomo e di donna. Domani sarò al PalaIper di Monza per l'ultima di regular season dell'Acqua Paradiso Monza, squadra - anche questa forgiata nelle difficoltà - che, strada facendo, ha conquistato 'un' pubblico passando dalle trecento anime delle prime gare alle 3.600 attuali.

Domani l'ultima giornata della stagione regolare (gli avversari sono i campioni d'Italia di Piacenza) sarà dedicata alla solidarietà a favore dell'Associazione Famiglie Sma, genitori per la ricerca sull'atrofia muscolare spinale. I giocatori entreranno in campo tenendo per mano un bambino e chi vorrà potrà donare 2 euro acquistando una copia dei libri del tecnico-scrittore dell'Acqua Paradiso, Mauro Berruto. Un motivo in più per andare al PalaIper per continuare a seguire i brianzoli, o perché no, a fare la conoscenza con il mondo del volley.

venerdì 19 marzo 2010

A Bergamo pallavoliste "forgiate" e vincenti


Forgiate nel carattere dalle difficoltà. Un'affermazione che calza a pennello alle ragazze della Foppapedretti Bergamo, praticamente una succursale della nazionale azzurra di pallavolo campione d'Europa. Sempre in bilico sul filo di quell'equilibrio che non riesce mai a stabilire (come per tutte le altre pallavoliste) se sono più brave che belle o viceversa, loro con alterigia se ne fregano e continuano a schiacciare. Prendendosi anche qualche soddisfazione come aver battuto due volte a domicilio nel giro di cinque giorni le 'nemiche' di sempre della Scavolini Pesaro. Con la prima vittoria, Leo Lo Bianco e compagne, hanno ribaltato la sconfitta interna nell'andata dei play-off a 6 della Champions League e imboccato la strada di Cannes dove difenderanno il trofeo conquistato lo scorso anno. Con la seconda hanno vendicato la sconfitta subita nel girone d'andata.

Ragazze forgiate nel carattere... e non solo. L'intuizione, piuttosto immediata a dire il vero, è stata di uno degli sponsor, la Forgiatura Mamé, che per assonanza ha scelto la porzione di divisa sociale sulla quale collocare il proprio marchio. Guardate la foto, gentilmente concessa da Daniela Tarantini, e poi provate a dire che il responsabile del marketing (o chi per lui abbia preso la decisione) ha preso un abbaglio... o sia stato abbagliato!

mercoledì 17 marzo 2010

Giuliani (Bre Banca) alla fiera dell'ovvio


Alberto Giuliani (nella foto con Leonardo), allenatore della Bre Banca Lannutti Cuneo, formazione dell'A1 maschile di pallavolo, parlando dopo la visita a Milanello della sua squadra dalle colonne del Corriere dello Sport: «La maggior parte di loro erano più bassi dei miei». Sarà perché i suoi devono schiacciare oltre una rete alta 243 centimetri e quegli altri giocare limitandosi spesso a farlo 'terra terra'?

venerdì 26 febbraio 2010

Baggio, Padre Pedro e i bambini di Andralanitra




Padre Pedro è un prete di origine slovena che ha costruito un villaggio sopra la discarica di Andralanitra in Madagascar. Ho conosciuto Padre Pedro leggendo un bellissimo libro di Mauro Berruto, allenatore di pallavolo che scrive - regalando emozioni - quando ha tempo. Padre Pedro è il protagonista di un ritratto che giace sereno a pagina 38 di 'Andiamo a Vera Cruz con quattro acca' (edizione Bradipo Libri). Padre Pedro incanta i bambini con il calcio e "insegna il Vangelo, ma solo dopo il calcio. Perché altrimenti i bambini andrebbero da un'altra parte", scrive Berruto che in Madagascar da Padre Pedro c'è stato davvero. "I bambini di Padre Pedro conoscono Gesù e Roberto Baggio; e se chiedi loro la differenza, ti rispondono che Gesù non avrebbe mai sbagliato un rigore in una finale del campionato del mondo".

Ieri ho sentito parlare Roberto Baggio. Di lui conoscevo i gol, così belli da poter essere raccontati come poesie, gli infortuni, quel rigore tirato in alto nella finale di Usa '94. Ieri ho sentito parlare un uomo, sereno e consapevole... che sarebbe felice tra i bambini di Padre Pedro.

Io il Baggio di ieri l'ho raccontato così per l'agenzia Italpress. E non me ne voglia Mauro Berruto se accosto una mia cronaca al racconto di Padre Pedro.



MILANO (ITALPRESS) - “Quando giocavo il mio desiderio era far divertire e far sognare”. Un compito che gli riusciva divinamente. Tanto da rimanere nell’immaginario collettivo, da Caldogno, provincia di Vicenza, dove è nato 43 anni fa, al più recondito luogo del mondo dove esiste una palla che rotola, come ‘Divin Codino’. Oggi Roberto Baggio è uscito dalla “sua scelta intima di riservatezza”, fatta perché “ho sempre considerato superficiali i riflettori e creduto che sia meglio parlare poco e bene”, per la celebrazione che gli è stata tributata da Gazzetta dello Sport che, in collaborazione con Rai Trade, proporrà dall’1 marzo ‘Io che sarò Roberto Baggio', una raccolta di 10 dvd che ripercorrono la vita di un “monumento nazionale”, come lo definisce il presidente della Rai, Paolo Garimberti. Pantalone grigio scuro, camicia bianca, giacca in velluto nero e sciarpa grigia a quadri neri, Roberto Baggio è il ritratto della serenità, anche dialettica (“Tifo per tutte le squadre con cui ho giocato”, “Agnelli, Berlusconi o Moratti? C’è stima per tutti, ho voluto bene tutti alla stessa maniera”, “Il miglior giocatore di ieri e di oggi? Non mi pare giusto parlarne”. Sorvola soltanto su Mourinho. A chi chiede da chi vorrebbe essere allenato tra Guardiola, Prandelli, Leonardo o Mou risponde: “Guardiola, Prandelli e Leonardo li stimo come allenatori e come uomini” dimenticandosi del tecnico interista), che contraddistingue le sue parole che, per una volta, fluiscono. Dagli infortuni da affrontare “con l’arma del coraggio per uscirne vincitori anche sul piano personale” affinché si trasformino “da sfortuna in un trampolino di lancio”, al buddismo che “ho avuto la fortuna di conoscere a 20 anni e che mi ha aiutato ad affrontare problemi e sofferenze trasformandole in un valore”. Dei cinque minuti di immagini proiettate in anteprima, prima del bagno di folla serale che lo attenderà al cinema Arcobaleno di Milano, più delle immagini dei gol rimangono impresse le parole di Luca Toni, suo compagno al Brescia: “E’ la persona più umile che io abbia mai conosciuto”. Non è, però, solo umiltà quella raccontata dai molti ospiti della sala Buzzati del Corriere della Sera, dove è stata presentata l’opera dedicata a lui dedicata. Parlano Gino Corioni, il presidente del suo addio al calcio, l’ultima delle otto squadre in cui ha giocato; Renzo Ulivieri ed Arrigo Sacchi con cui ha avuto screzi noti, al Bologna e in azzurro; Gigi Maifredi e Franco Baresi, il vecchio compagno di squadra al quale Baggio darebbe, così come a Maldini, il suo Pallone d’Oro; Teo Teocoli, che confessa di non essere mai riuscito ad odiarlo nonostante i suoi due gol fatti al Milan al suo esordio in viola, ed Enrico Bertolino; Adriano Galliani che svela un retroscena dei tempi del suo passaggio alla Juve. “Nel 1990 era già del Milan, ci eravamo inseriti positivamente nella trattativa tra la Juventus e la Fiorentina – racconta l’ad rossonero -. Poi chiamò l’Avvocato invitando Berlusconi a Torino e ci chiede di lasciarlo a loro visto che noi avevamo già vinto tanti trofei”. Quello dalla Fiorentina alla Juventus, insieme a quello precedente dal Vicenza alla Fiorentina, ammette Baggio “sono stati gli unici trasferimenti che mi sono passati sulla testa, le altre squadre le ho scelte io”. Anche se la tentazione di smettere lo ha sfiorato spesso prima di quell’ultima apparizione a San Siro, con la maglia del Brescia, il 16 maggio 2004. “I dolori non mi abbandonavano mai, era un fastidio non potermi allenare allo stesso ritmo dei compagni. Ogni fine stagione volevo smettere e solo grazie al mio manager (Vincenzo Petrone, ndr) che mi stimolava ho continuato fino a 37 anni. Ma quando sono entrato nel tunnel il giorno dell’ultima partita non avevo un solo rimpianto perché avevo dato tutto”, afferma il Divin Codino. Nella sua vita il rimpianto è uno solo, “quel Mondiale ’94, giocarlo in 5’ di rigori è un delitto. Credo sia più accettabile una sconfitta sul campo, in 90’ o in 120’”. Infine si dissocia dal razzismo imperante sui campi (“Non vedo perché la gente rifiuti di capire che siamo tutti legati dallo stesso destino”) e rivela che si interessa ancora di calcio – “Seguo il campionato argentino e i giovani” – e che potrebbe fare l’allenatore: “Potrebbe essere una sfida che potrei prendere in considerazione, anche se dal divano di casa sembra tutto semplice e poi allo stadio non lo è”. MCA (ITALPRESS)